Cinema: Drugstore cowboy

drugstorecowboy.wmv

Drugstore cowboy di Gianni Serra, di Gus Van Sant, Stati Uniti 1989, 101', con Matt Dillon, Kelly Lynch, James LeGros

Scheda informativa

Drugstore Cowboy

di Gus Van Sant, Stati Uniti 1989, 101'

Con Matt Dillon, Kelly Lynch, James LeGros

Nel 1971, a Portland, Oregon, Bob Hughes è un giovane tossicomane che si procura le sostanze con furti nelle farmacie o egli ospedali della zona, insieme alla moglie Dianne e a un'altra coppia di amici, Rick e Nadine, con cui poi condivide il bottino e i conseguenti "viaggi". Dopo varie peripezie per sfuggire a un agente della narcotici che vuole incastrarli, il quartetto cambia zona, ma non sfugge ai guai: dopo un colpo non fortunato in un ospedale, Nadine muore per overdose. Bob resta segnato dall'esperienza e decide di smettere. Va ai servizi sociali, accetta una terapia a scalare e frequenta sedute di auto-aiuto. Pur in un'atmosfera di diffusa tristezza e disillusione Bob sembra aver risolto i problemi di dipendenza, nonostante la riapparizione di Dianne che cerca di convincerlo a riprendere la vita di un tempo e gli regala alcune dosi di eroina come regalo d'addio. Un giorno difende per strada un tossicodipendente che non ha pagato la dose a un giovane spacciatore. Questi gli piomba in casa con un complice convinto che Bob nasconda delle dosi; in realtà il pacchetto di eroina portatogli da Dianne lo ha regalato a Padre Murphy, anziano sacerdote tossicomane che Bob conosce da sempre. I due, irritati per non aver trovato nulla, lo picchiano e poi gli sparano: in gravi condizioni Bob è sull'ambulanza che corre verso l'ospedale, ma rifiuta di fare il nome del suo feritore all'agente della narcotici che lo ha rintracciato..

La messa in scena

La cornice

Dopo aver condiviso con la giovane moglie e un'altra coppia di amici i piaceri e i problemi di una vita da tossicodipendente, Bob matura autonomamente la scelta di uscire dal giro. In questo frangente, il suo primo contatto con i servizi sociali avviene dopo circa settanta minuti dall'inizio del film, nella sequenza qui mostrata integralmente. Prima di questa scena, il film mostra il ritorno di Bob a Portland, sua città d'origine, sottolineando la malinconia del gesto: colori freddi, luci basse, il senso del disagio quotidiano che traspare da alcuni squarci delle strade della città e, infine, lo squallido hotel in cui alloggia, messo in scena con inquadrature che esaltano il senso di claustrofobia dell'ambiente e di chiusura in sé del personaggio.

Da queste premesse, la scena dell'incontro con l'assistente sociale - fortemente intrecciata alla precedente grazie all'anticipo sonoro del dialogo, che scorre mentre ancora vediamo Bob che si specchia nello squallido bagno del suo hotel - assume già una notazione di apertura in senso ambientale, con la costruzione in legno immersa nel verde, oltre a costituire il primo dialogo tra il protagonista e qualcun altro dopo diversi minuti di film.

Dopo questa sequenza, il film non mostrerà più l'assistente sociale, ma vedremo in due frangenti Bob che partecipa a gruppi di auto-aiuto all'interno dello stesso luogo e che progressivamente riesce a disintossicarsi, a partire dalla terapia a scalare con il metadone, che, ricordiamolo, costituisce il vero motivo per cui si reca presso i servizi sociali.

Coerente con il senso di autodeterminazione del suo protagonista - che chiude il dialogo con l'assistente sociale asserendo che un tossico può smettere di bucarsi solo se trova in sé la forza per farlo - il film nella parte finale non farà più riferimenti espliciti agli operatori dei servizi, dando più peso a un altro personaggio di taglio completamente differente, sia in relazione alla fiction, che all'attore scelto. Si tratta infatti di Padre Murphy, anziano sacerdote che Bob conosce fin dalla sua infanzia, famoso per esser stato il tossico più incallito ed eclettico dell'intera West Coast, con cui si instaura un rapporto di grande intensità, da esperti ormai fuori dal giro che tirano le somme della loro esistenza. Il fatto che ad interpretare Padre Murphy sia stato chiamato William Burroughs - autore di numerosi romanzi allucinogeni e visionari, tra cui i celeberrimi Il pasto nudo e La scimmia sulla schiena, e convinto assertore del consumo di droghe come strumento di ispirazione e di contestazione alla cultura dominante - rende bene il maggior peso attribuito dal regista al rapporto tra "pari" piuttosto che a quello con operatori dei servizi sociali.

Come appare

La messa in scena dell'assistente sociale è molto complessa e stratificata. In primo luogo sentiamo infatti la sua voce, mentre Bob è ancora in hotel che si guarda allo specchio dopo essersi lavato la faccia: a dispetto della freddezza delle domande anagrafiche di rito, colpisce il timbro vocale caldo e profondo, che il doppiaggio italiano restituisce fedelmente rispetto all'attrice nera della versione originale. Mentre il dialogo continua, il primo elemento visivo riferito alla donna non è la sua figura, ma l'esterno della sede dei servizi, la casa di legno nel giardino. Quando la macchina da presa ci conduce all'interno dello suo ufficio, continua a ritardare ciò che tecnicamente si definisce "messa in inquadratura del personaggio", insistendo sul volto di Bob e, particolare importante, su un dettaglio a tutto schermo del questionario che l'assistente sociale sta compilando. Solo ora, al quarto livello della presentazione, si vedono finalmente la sua figura e il suo volto. E' seduta dietro la scrivania, compila il questionario, ma guarda anche Bob, compie gesti pacati. E'una donna nera di mezza età, ha gli occhiali e appare piuttosto curata. In una successiva inquadratura più ravvicinata si possono apprezzare gli orecchini di pietra dura dal colore caldo, il pendant tra il gilet nero a piccoli pois bianchi e la camicia bianca a piccoli pois neri - per evitare anacronismi di giudizio sulla moda, va considerato che la vicenda si svolge nel 1971, come ben testimonia l'infinito colletto a punta - e la spilla floreale ricamata sulla sinistra del gilet. Senza voler qui forzare in chiave lombrosiana l'interpretazione fisionomica, appare come una donna pacata e con un'aura di serenità e saggezza di fondo, peraltro confermata dallo stile e dai contenuti del dialogo successivo e dalle scelte di arredamento del suo ufficio, elementi analizzati nei paragrafi specifici.

Nonostante una presentazione così complessa e stratificata, che fa scontrare il disagio di Bob nel rivolgersi ai servizi con il calore umano emanato dal personaggio, va rimarcato che nessun elemento visivo o sonoro qualifica il personaggio come assistente sociale, tant'è che il dubbio sulla sua effettiva qualifica permane per tutta la sequenza, e che il suo nome non è mai esplicitato.

Che cosa fa

A prima vista si tratta di un semplice colloquio, abbastanza classico rispetto alle modalità di rappresentazione più diffuse al cinema: il protagonista è l'utente che deve subire una sfilza di domande piuttosto fredde o personali da parte di un'assistente sociale, con una sensazione dominante in bilico tra il controllo e la distanza dai propri problemi. Ma in questo caso la tipicità del colloquio è più legata alla prima parte, messa in scena privilegiando il piano sonoro e non quello visivo. Il simbolo di questo atteggiamento è, non a caso, il dettaglio iniziale sul formulario che l'assistente sociale compila con varie crocette, e fa da cesura con l'inizio della sequenza. Poco dopo, quando finalmente si vede la figura fisica della donna, il colloquio esce dai canoni più burocratici e diventa più personale e "umano". L'assistente sociale non si limita a leggere le domande standard, ma reagisce all'insofferenza di Bob, prima scusandosi per la prassi che deve seguire, poi cercando di stimolare un rapporto fiduciario, proponendo a Bob di considerare la possibilità di diventare una sorta di consulente per altri tossicodipendenti (cosa che in parte sembra realizzarsi in due sequenze successive, che vedono Bob attivo in gruppi di auto-aiuto).

Il passaggio dall'atteggiamento routinario all'interesse specifico è ben visualizzato dalla trasformazione simbolica che assumono gli occhiali: se nella prima parte sono uno strumento per "vederci meglio" solo in senso statistico e aiutano a compilare il questionario, nella seconda parte diventano inutili e, con un gesto sottolineato dalla regia, l'assistente sociale se li toglie e li appoggia sul modulo che stava compilando, guardando Bob con i propri occhi, senza filtri o correttivi. Uno sguardo ben differente che trasforma un caso come molti altri in una persona specifica.

Che cosa dice

L'azione dialogica dell'assistente sociale si può dividere in tre parti ben distinte. Inizialmente, quando non è ancora apparsa fisicamente, sentiamo le domande di prassi sull'identità dell'utente: età, stato civile, esperienze giudiziarie e penali, sviluppo del suo rapporto con la droga, precedenti tentativi di smettere e così via. Bob risponde a molte domande, poi sembra spazientirsi e domanda: "Cosa vuole, la storia della mia vita?".

Da questo momento l'atteggiamento dell'assistente sociale, cambia. Smette di compilare il modulo, vi appoggia gli occhiali che si è tolta e dice cose diverse, in un tentativo di dialogo più diretto, che prevede innanzitutto delle scuse: "Scusami tanto Bob, non intendevo contrariarti. Questa, purtroppo, è la prassi". Interessante la sottolineatura del "purtroppo", che ancora una volta evidenzia un personaggio di assistente sociale a disagio rispetto alle procedure che deve iterare. L'ultima battuta della donna termina con una domanda, ma completamente differente dalle precedenti: "Mi dispiace che tu la consideri una perdita di tempo. Hai mai pensato di diventare una specie di consulente, di aiutare altri drogati a risolvere i loro problemi?". Se le parole della donna inizialmente consideravano Bob come l'ennesimo caso da schedare, ora lo trasformano in una possibile risorsa da utilizzare Se poco prima l'accento era tutto sul presente condizionato dal passato, adesso l'assistente sociale tenta di prospettare un possibile futuro.

La replica di Bob, scettica e un po' cinica, apre la terza fase del dialogo: "Nessuno, ripeto nessuno, può aiutare un drogato a non farsi (…). Perché non esiste qualcosa che possa evitare l'angoscia della vita di tutti i giorni, a cominciare dal doversi allacciare le scarpe". L'amara consapevolezza del giovane si riflette nello sguardo dell'assistente sociale, che non se la sente di dire altro, ma lo guarda intensamente, con il volto appoggiato sulle mani unite. Va notato che è in questa terza fase del dialogo che la regia ci propone l'unico primo piano della donna: sottolineatura di impotenza oppure apprezzamento per un'operatrice consapevole che in un dialogo è importante anche saper ascoltare e che evita di proporre soluzioni "burocratiche" di fronte al disagio profondo di una persona?

Dov'è

La caratterizzazione del luogo opera inizialmente sull'aspetto esterno: l'edificio in legno nel giardino per certi versi rompe il senso di claustrofobia delle sequenze precedenti in cui Bob è in autobus o "rinchiuso" nello squallore del suo hotel. In compenso, sembra evocare altre inquietudini, in bilico tra un luogo da placida provincia e un'aura da racconto gotico che la renderebbe perfetta come location da film horror (che non a caso spesso mettono in scena il risvolto oscuro delle province apparentemente placide: le notti, i rimossi, le inquietudini più profonde): è emblematica l'inquadratura su Bob che si ferma alcuni attimi a squadrare la casa, indeciso se proseguire o tornare indietro.

Anche all'interno l'ufficio mantiene un sottile gioco di ambiguità. Le tapparelle abbassate creano un effetto gabbia - un classico, a livello scenografico, per molti film che mettono in scena le inquietudini dei personaggi - così come gli schedari che si vedono talvolta alle spalle di Bob rendono l'idea di un luogo in cui comunque il controllo è un elemento ricorrente. Altri elementi denotano invece una notevole personalizzazione dell'ufficio e il senso di calore umano dell'assistente sociale. Ad esempio i molteplici ritratti esposti alle pareti, tra cui spicca un'immagine di Martin Luther King, icona della lotta per l'affermazione dei diritti dei neri; oppure la scrivania, che non è solo ingombra di cartelline e documenti relativi al lavoro, ma ha anche alcune piantine sul lato sinistro (considerando lo sguardo della macchina da presa) e un portaritratti sul lato destro, un adesivo con il simbolo pacifista nella parte anteriore; o, ancora, le forme floreali e colorate appese ai muri o alle bacheche e pure sullo schedario citato prima, quasi a neutralizzarne il senso di freddezza.

In sintesi, l'ambiente rende bene la stessa discrasia dei dialoghi, per cui il personaggio dell'assistente sociale sembra qui dibattuto tra l'impersonalità delle procedure standard e il calore umano del proprio agire personale.

I gesti chiave

Anche in questo caso, come accade in altri specifici paragrafi di analisi, l'assistente sociale del film di Van Sant compie gesti simbolici che esplicano un livello di azione contraddittorio.

Il primo gesto chiave, che addirittura la mette in scena visivamente, è la compilazione del formulario, mostrato in dettaglio, con una "x" che definisce lo status dell'utente, incasellandolo in categorie predefinite. E' un gesto sottolineato dalla regia, non solo per la scelta di un'inquadratura che esalta il dettaglio, ma anche perché, narrativamente, si tratta della prima visione dell'assistente sociale da parte dello spettatore, che probabilmente non avrà molti dubbi: ecco un'esecutrice di procedure, che agisce automaticamente, senza specifico interesse per chi ha di fronte.

L'altro gesto chiave, di segno completamente opposto, ribalta proprio le valenze del questionario e blocca l'azione di schedatura. Togliendosi gli occhiali e appoggiandoli, rovesciati, sul formulario, l'assistente sociale trasforma la tipologia procedurale e prova a concentrarsi non tanto sul tossicodipendente, ma sulla persona che ha di fronte. In questo senso, il gesto degli occhiali è propedeutico a un differente atteggiamento, in cui le asserzioni si trasformano in proposte, i dubbi minano certezze prestabilite, l'ascolto attivo prevale sull'operatività impersonale.

Chi ne parla e come

L'assistente sociale non viene evocata in anticipo o presentata da altri personaggi. Al contrario, il suo ingresso nel film è piuttosto brusco, con la voce scissa dall'immagine, mentre il protagonista è altrove, in un classico esempio di anticipo sonoro, qui peraltro molto marcato visto che ci vogliono trenta secondi prima di entrare nell'ufficio in cui sta avvenendo il colloquio. Ciò comporta una certa difficoltà nello spettatore, che fatica prima di attribuire un senso compiuto alle domande che sente e, aspetto importante per il nostro lavoro, non può permettersi un'immediata contestualizzazione di ciò che sta avvenendo. L'assenza di una qualsivoglia qualifica sia per l'operatrice che per il luogo in cui entra Bob, lascia alcuni margini di dubbio sull'effettiva identità professionale del personaggio, di cui peraltro non viene mai neanche accennato il nome proprio. Nonostante il dubbio sull'effettiva professione, l'esempio ci è sembrato emblematico in riferimento alla gestione di un colloquio iniziale tra assistente sociale e utente, sempre considerando i fattori di adattamento narrativo presenti in ogni film e le differenze procedurali nei differenti ambiti geografici e temporali dei vari esempi utilizzati.

In riferimento all'immagine dei servizi sociali in generale, se è comprensibile il senso di irritazione di Bob, che si sente inquisito dalle domande sempre più personali, colpisce invece la medesima insofferenza che trapela nell'assistente sociale quando afferma: "Questa, purtroppo, è la prassi". Anche lei appare abbastanza a disagio nell'eseguire procedure che comunque fanno parte della sua identità professionale e non sembra particolarmente convinta dell'efficacia stessa di un tipo di approccio che radica la distanza tra utente e operatore.

Da che parte sta

Non ci sono dubbi sulla centralità del personaggio di Bob, con l'assistente sociale che appare ai margini, continuamente postulata dallo sguardo del protagonista. Fin dall'inizio della sequenza è sull'immagine di Bob che si specchia nel suo hotel che sentiamo i dialoghi del successivo colloquio.

Il personaggio che si guarda negli occhi è una potente immagine che rende la centralità della motivazione personale in ogni processo di crescita, in questo caso riferito al tentativo di uscita dalla tossicodipendenza. In questo senso l'assistente sociale appare marginale per definizione e non per valutazione negativa, poiché può fornire un aiuto e delle risorse, ma non va vista come singola risolutrice dei problemi, soprattutto se l'utente non è in qualche modo collaborativo. La conferma di questa sensazione si ha anche nell'avvicinamento di Bob alla sede dei servizi. Anche qui c'è complicità tra spettatore e personaggio, sancita da una soggettiva, per cui vediamo con gli occhi di Bob l'edificio in cui deve recarsi. Ma anche in questo caso è la sua motivazione che lo spinge a proseguire verso il colloquio, senza cedere alla tentazione di tornare sui suoi passi.

Per mettere in inquadratura l'assistente sociale, la regia opera un movimento di macchina molto marcato, che a partire da un'angolazione che mostra Bob seduto di fronte alla scrivania -confinando per ora fuori campo la donna, di cui poco prima si è solo vista la mano che compila il questionario - lentamente fa una panoramica verso destra, avvicinandosi contemporaneamente in direzione di Bob. In questo modo, la messa in scena dell'assistente sociale coincide con la scelta precisa del campo in cui viene schierato lo sguardo dello spettatore, che si ritrova letteralmente dalla parte di Bob.

Ipotesi di lettura

Pur considerando l'assoluta centralità del protagonista Bob, interpretato da un'icona filmica come Matt Dillon, il personaggio dell'Assistente sociale, che appare solo in questa sequenza, è caratterizzato da molti elementi interessanti, spesso giocati sul piano delle contraddizioni e della problematicità della professione.

L'incontro tra i due personaggi assume una notazione di apertura in senso ambientale, con la costruzione in legno immersa nel verde, e costituisce il primo dialogo tra il protagonista e qualcun altro dopo diversi minuti di film.

Anche nel colloquio, a dispetto della freddezza delle domande anagrafiche di rito, colpisce il timbro vocale caldo e profondo, che il doppiaggio italiano restituisce fedelmente rispetto all'attrice nera della versione originale, che appare come una donna pacata e con un'aura di serenità e saggezza di fondo, attestata sia dal modo in cui parla sia dalle scelte di arredamento del suo ufficio, in cui alcuni simboli visivi di chiusura e distacco - quali le tapparelle abbassate, lo schedario sullo sfondo e il questionario che dev'essere compilato - sono mitigati da elementi che denotano invece una notevole personalizzazione dell'ufficio e un diffuso senso di calore umano: il ritratto di Martin Luther King, la piantina sulla scrivania, i colori caldi dell'arredamento. L'ambiente rende bene un personaggio che appare dibattuto tra l'impersonalità delle procedure standard e il calore umano del proprio agire personale.

Questa duplicità di fondo assume ulteriore significato anche in riferimento alle funzioni del personaggio e alla percezione del proprio ruolo, che peraltro non è chiaramente inquadrabile: nessun elemento visivo o sonoro qualifica il personaggio come Assistente sociale, tant'è che il dubbio sulla sua effettiva qualifica permane per tutta la sequenza e il suo nome non è mai esplicitato.

A un atteggiamento inizialmente burocratico, il cui simbolo è il formulario che l'Assistente sociale compila con varie crocette, subentra successivamente un colloquio più personale e "umano", con la donna che non si limita più a leggere le domande standard, ma reagisce all'insofferenza dell'utente, prima scusandosi per la prassi che deve seguire, poi cercando di stimolare un rapporto fiduciario. Il passaggio dall'atteggiamento routinario all'interesse specifico è ben visualizzato dalla trasformazione simbolica che assumono gli occhiali: se nella prima parte sono uno strumento per "vederci meglio" solo in senso statistico e aiutano a compilare il questionario, nella seconda parte diventano inutili e, con un gesto sottolineato dalla regia, l'Assistente sociale se li toglie e li appoggia sul modulo che stava compilando, guardando Bob con i propri occhi, senza filtri o correttivi. Uno sguardo ben differente che trasforma un caso come molti altri in una persona specifica.

Questa ambivalenza scompare paradossalmente in relazione all visione dei sevizi sociali in generale, che accomuna i due personaggi: se è comprensibile il senso di irritazione di Bob, che si sente inquisito dalle domande sempre più personali, colpisce invece la medesima insofferenza che trapela nell'Assistente sociale quando afferma: "Questa, purtroppo, è la prassi". Anche lei appare abbastanza a disagio nell'eseguire procedure che comunque fanno parte della sua identità professionale e non sembra particolarmente convinta dell'efficacia di un tipo di approccio che radica la distanza tra utente e operatore.

Nel corso della sequenza l'Assistente sociale trasforma quindi la tipologia procedurale e prova a concentrarsi non tanto sul tossicodipendente, ma sulla persona che ha di fronte. In questo senso, il gesto degli occhiali è propedeutico a un differente atteggiamento, in cui le asserzioni si trasformano in proposte, i dubbi minano certezze prestabilite, l'ascolto attivo prevale sull'operatività impersonale. Si tratta di una semplice sottolineatura di impotenza oppure dell'apprezzamento per un'operatrice consapevole che in un dialogo è importante anche saper ascoltare e che evita di proporre soluzioni "burocratiche" di fronte al disagio profondo di una persona?

Rinvii

Racconti e rappresentazioni

Quando lo sguardo degli autori/narratori si posa sull'operare in contesti problematici: confronta due stili, due luoghi e due epoche differenti

Coni d'ombra

Confronta il colloquio della sequenza con le tipologie teoriche che fondano tale strumento operativo

Identifica i nodi chiave nella relazione con l'utente che ti sembrano meglio concretizzati nella sequenza

Quali elementi della sequenza sembrano rendere meglio il concetto di organizzazione?