Cinema: La ragazza di Via Millelire

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La ragazza di via Millelire di Gianni Serra, Italia 1980, 126', con Oria Conforti, Maria Monti, Antonio Nasso

Scheda informativa

La ragazza di Via Millelire

di Gianni Serra, Italia 1980, 126'.

Con Oria Conforti, Maria Monti, Antonio Nasso.

Nei primi anni Ottanta, a Torino, Betty Pellegrino è una tredicenne allontanata dalla famiglia ormai in frantumi. Vive nella periferia più problematica, frequenta adolescenti e giovani che campano alla giornata tra furti, violenza, droga e prostituzione. Uno dei suoi pochi riferimenti è l'assistente sociale Verdiana, con cui si instaura un rapporto altalenante fatto di vicinanza e di incomprensioni. La giovane protagonista va e viene tra le varie comunità cui è stata affidata e il centro d'incontro torinese di via Domenico Millelire, in cui Verdiana e le colleghe tentano di occuparsi di vari casi di minori problematici. Betty si innamora di un giovane più grande, che intende però solo sfruttarla sul piano sessuale. Dopo che alcuni amici del suo "fidanzato" hanno abusato di lei, Betty viene anche indotta alla prostituzione. Verdiana si rende conto che i suoi sforzi non sortiscono grandi effetti per migliorare la situazione e si sente piuttosto frustrata. Ma Betty sembra ormai cresciuta, disillusa sulle prospettive della sua vita e più indurita di un tempo.

La messa in scena

La cornice

La sequenza giunge a circa metà film, dopo quasi cinquanta minuti dall'inizio, ed è l'unica che mostra l'assistente sociale nel suo ambito domestico, motivo chiave della nostra scelta. Sia nella parte precedente che in quella successiva, Verdiana è tendenzialmente ritratta nel suo ufficio oppure in occasione dei numerosi accompagnamenti di Betty in qualche comunità o istituto con relativi recuperi dell'adolescente che spesso fugge. Caso raro nella fiction cinematografica, l'assistente sociale ha un ruolo di grande rilevanza in tutto il film, tanto da essere a tutti gli effetti la co-protagonista, insieme a Betty, cui però si riferisce il titolo.

La depressione che si legge sul volto di Verdiana è legata al protrarsi delle difficoltà che incontra nei tentativi di trovare alla sua assistita una sistemazione ottimale. Va però sottolineato il differente atteggiamento del personaggio, rispetto allo stile che ha di solito in ufficio. Presso i servizi Verdiana è tendenzialmente più distante: pur impegnandosi costantemente per Betty, tende a trattarla in modo più freddo, spesso rimproverandola o intimandole vari ultimatum. In una sequenza di poco precedente, l'ultima in cui le due appaiono insieme prima di questa, Betty tenta di raccontarle la sua emozione nell'avere un ragazzo fisso, ma Verdiana è completamente presa dai conti e rinfaccia alla ragazzina di essere un peso amministrativo per i servizi. Varie battute tendono a sottolineare i differenti livelli su cui si pongono i due personaggi: Betty è più sentimentale e umana, pur nella sua confusione di fondo, mentre Verdiana appare più burocratica e insensibile, pur considerando le esigenze professionali.

In questo senso, colpisce ritrovare l'assistente sociale così affranta nella dimensione domestica e festiva, quando in teoria dovrebbe dimenticare le preoccupazioni professionali e pensare alla propria vita privata. Se nella prima parte del film il personaggio poteva apparire un po' burocrate e distante, nonostante lo stile volenteroso e una notevole carica personale - pur nello stile un po' macchiettistico che è la cifra narrativa di fondo di tutto il film - in questa sequenza emerge per la prima volta un senso di amarezza e di coinvolgimento personale di ben altro spessore, che cambia lo status del personaggio, rendendolo più profondo agli occhi dello spettatore. Dubbio amletico, tra stereotipia e realtà: un vero assistente sociale si riconosce dalla sua sofferenza?

Come appare

In questa fase del film non c'è ovviamente bisogno di alcuna attribuzione specifica, poiché Verdiana è stata designata come assistente sociale in varie sequenze precedenti. E' interessante notare invece il doppio livello della sua descrizione, sia da un punto di vista narrativo che visivo. In una battuta, si potrebbe affermare che Verdiana "appare stanca". Non sembra trattarsi tanto di stanchezza fisica - è domenica mattina - quanto di frustrazione psicologica: sbuffa, si muove lentamente, ha una postura un po' ingobbita, butta via la maionese che stava preparando, si lascia sedere mollemente, non ha voglia di cucinare, non prende caffè perché ha già "i nervi".

A questa sensazione concorre anche il suo aspetto fisico: è in vestaglia e sottoveste e non sembra avere particolare cura per sé. Pur considerando la tranquillità della domenica mattina, senza la necessità di doversi preparare per uscire, non può sfuggire che il marito è vestito in modo completamente differente, molto più formale, con la camicia ben rimboccata nei pantaloni e abiti con cui potrebbe uscire direttamente, a differenza della moglie.

Personaggio non univoco in molti frangenti del film, in bilico tra lontananza e coinvolgimento nei confronti di Betty, Verdiana è designata su un duplice livello anche in relazione alla sua figura fisica. Se è vero che sembra un po' lasciarsi andare, è interessante notare che la sua vestaglia è perfettamente in sintonia con gli spazi in cui si muove, caratterizzati da fantasie floreali: le piastrelle sopra il lavandino, la tovaglia sul tavolo, la carta da parati al muro. Viceversa, il marito si muove in spazi caratterizzati dalle geometrie lineari - la carta da parati dell'ingresso e del salotto - e dall'assenza di colori caldi, come d'altronde conferma il suo abbigliamento in bianco e grigio.

Questa caratterizzazione non sembra casuale, vista la ricorrenza di elementi che puntualizzano due differenti universi, non solo lavorativi, ma anche psicologici ed esistenziali: la preoccupazione dell'operatore sociale, la consapevolezza dell'operaio. A ogni spettatore l'onere dell'interpretazione: i fiori vanno qui intesi come segno di armonia e vivacità o come amaro richiamo a una natura morta, anche considerando la frutta sparsa sul piano della cucina?

Che cosa fa

In questa sequenza Verdiana fa la casalinga, non l'assistente sociale. Non è però difficile trovare molte corrispondenze tra i gesti domenicali e le caratteristiche del suo lavoro feriale, anche in relazione alle difficoltà incontrate nel rapporto con Betty, oggetto del film. Il tentativo di preparare la maionese è infatti interrotto da una telefonata legata al lavoro, cui lei va a rispondere già sbuffando: l'impazzimento del preparato viene poi richiamato dai "nervi" di Verdiana, che rifiuta il caffè offerto dal marito.

Dopo la telefonata e dopo aver buttato via le uova - guarda caso un simbolo di vita, di prosperità e di futuro - i movimenti e i gesti di Verdiana perdono ogni possibile linearità progressiva e rendono un atteggiamento di stallo e di conflittualità interiore: il suo dinamismo fisico iniziale si trasforma in staticità, si siede, batte più volte la mano sul tavolo sospirando, gioca nervosamente con i panni stirati e piegati. Il cucinare, lo stirare, l'abbigliamento dimesso la rendono perfetta come icona della casalinga un po' frustrata, mentre il marito fa gesti simbolicamente differenti: legge il giornale in salotto, non si degna di alzare lo sguardo verso il telefono che trilla a poca distanza, fuma, beve caffè.

In questo senso, pur essendo entrambi lavoratori, spicca la differenza tra atteggiamenti opposti, riconducibili non solo al modo di vivere il lavoro - più meccanico e controllabile per il marito, più invasivo e incontrollabile per Verdiana - ma anche alla differenza di genere: le costrizioni e le frustrazioni sembrano concernere il ruolo femminile che denota più dipendenza dagli altri (il marito andrà alla partita con gli amici e lei tornerà a casa a piedi da sola); al contrario il personaggio maschile sembra caratterizzato dall'indifferenza verso gli altri e dalla maggiore consapevolezza dei propri "diritti" festivi.

Su questo livello, le storie di Verdiana e Betty propongono inaspettate corrispondenze, poiché anche la giovane protagonista si muove in un contesto gerarchizzato dalle figure maschili che inizialmente idealizzava e da cui invece subisce continue umiliazioni. Il suo percorso formativo sembra tradursi, alla fine del film, nella disillusione e nella consapevolezza di poter contare solo su di sé o sulla complicità con una "simile" come Verdiana, vissuta non solo come assistente sociale, ma come amica comprensiva: una battuta nella sequenza finale cita il consultorio, servizio femminile per eccellenza, da cui Betty ha preso un lettino per dormire vicino all'ufficio di Verdiana, che ormai è per lei una sorta di casa.

Sarebbe interessante verificare in che misura la percezione dell'assistente sociale come ruolo tendenzialmente femminile comporti automaticamente l'attribuzione di un sistema di gerarchie e di tipizzazioni culturali e antropologiche legate alla visione maschile del mondo.

Che cosa dice

I dialoghi di Verdiana si sviluppano qui con tre differenti interlocutori: al telefono con la responsabile della comunità di suore da cui è fuggita Betty; con il marito; con se stessa, nel monologo in cui butta le uova.

Quando l'assistente sociale risponde al telefono, lo spettatore sente solo la sua voce e non quella all'altro capo della linea: ciò nonostante non è difficile ricostruire che Betty è scappata dalla comunità di suore, laddove l'avevamo vista fino alla sequenza precedente. Anche se il dialogo è molto scarno, colpisce l'insieme di remissività e ovvietà che lo caratterizzano. Sembra quasi che Verdiana si aspettasse una telefonata di quel tipo e fosse pronta a dover agire in un certo modo.

La sicurezza automatica con cui reagisce al problema da un punto di vista professionale si trasforma in incertezza e desolazione nel dialogo con il marito, che ha sempre a che fare con il caso di Betty, ma vissuto ora dal punto di vista più personale.

Dopo le prime schermaglie in cui si attesta che in effetti la domenica non è uguale per entrambi, nonostante la lamentela di Verdiana con il marito che non ha risposto al telefono, e il rifiuto del caffè in quanto già nervosa di suo, il dialogo entra nel vivo, con i coniugi che si confrontano sul caso di Betty. Il marito tende a giustificare la moglie, cercando di alleggerirla da ogni senso di responsabilità, mentre Verdiana sembra profondamente depressa, non solo in relazione agli sviluppi della situazione della sua assistita, ma soprattutto per ciò che riguarda le proprie scelte operative.

Il dialogo rende bene il conflitto interiore tra i dettami professionali e la percezione personale. Agli antipodi dell'inflessibilità mostrata nella sequenza precedente, in cui spiegava a Betty il senso della scelta di una comunità molto rigorosa gestita dalle suore, qui Verdiana smentisce la propria scelta e addirittura si stupisce del fatto che l'adolescente non sia fuggita prima. Dalle sue parole emerge così una paradossale comunanza tra assistente sociale e assistita, fondata sul rifiuto delle regole e non sulle prospettive di normalità e di recupero.

Anche le frasi relative al concetto di colpa sono emblematiche: da un lato esprimono la confusione interiore dell'operatrice, che prima si sente in colpa poi rifiuta il "discorso sulla colpa" - ed è un altra presa di distanza dall'universo religioso, in cui il senso di colpa è considerato un valore, in cui aveva confinato Betty - e afferma che un conto è avere a che fare con le macchine, altro con le persone. Forse inconsciamente, o per paradosso, Verdiana giunge a ipotizzare che l'unico posto in cui avrebbe potuto condurre Betty sia la sua casa, non tanto in relazione allo spazio fisico, quanto per un rapporto di affetto che non potrà più avere nella sua famiglia reale. La lapide definitiva su questo dialogo è posta dal marito, per il quale non c'è paragone tra i festivi di chi lavora in fabbrica e quelli di chi lavora nel sociale, a tutto vantaggio dei primi ovviamente.

Il senso di spaesamento, il conflitto interiore, la frustrazione per non essere riuscita a rispondere alle esigenze della sua assistita, sono elementi chiave già anticipati nel monologo di Verdiana subito dopo la telefonata. E' un borbottio, da cui si coglie il rammarico per dover buttare le quattro uova, considerando che ormai la maionese è impazzita: una lamentazione sommessa, che ben fotografa la sensazione di impotenza vissuta dall'assistente sociale anche tra le mura di casa, che non sembrano sufficienti ad isolarla dalle inquietudini legate al suo lavoro.

Dov'è

Pur non connesso direttamente alle pratiche professionali, trattandosi del proprio spazio domestico, il luogo rende anche fisicamente le caratteristiche di fondo, contraddittorie, del personaggio dell'assistente sociale. Rimandando al paragrafo Come appare, per un'analisi più specifica sul rapporto tra personaggi e ambienti, qui riprendiamo la funzionalità narrativa degli spazi, che offrono alcuni spunti sulle caratteristiche del personaggio. In una casa semplice e arredata in modo non ricercato né costoso, la cucina è lo spazio di Verdiana, mentre il marito vi transita, dopo che è apparso inizialmente in salotto, seduto comodamente in poltrona a leggere il giornale. La specificità dei due ambienti è resa anche a livello scenografico, con la carta da parati più geometrica e sobria in salotto e in ingresso, mentre in cucina la fantasia dominante è di stile floreale, sia in relazione ai muri che alla tovaglia e alla stessa vestaglia della protagonista.

La stanza più domestica e calda, ma anche meno appariscente, è dunque quella in cui si situa l'assistente sociale, che peraltro sta preparando qualcosa da mangiare, mentre i luoghi più di rappresentanza sono qui abitati principalmente dal marito.

All'interno delle stanze cambia anche l'atteggiamento dei due personaggi: inizialmente lui è seduto in poltrona in salotto, mentre lei è comunque in piedi in cucina; dopo la telefonata lei si siede, ma nervosamente, al tavolo della cucina e armeggia con la biancheria già stirata, mentre il marito è in piedi e si prepara il caffè. In entrambi casi, abbiamo dei luoghi legati al dovere e all'inquietudine per Verdiana, mentre gli spazi abitati dal marito assumono un tono di relax e disimpegno. Ancora una volta, l'assistente sociale sembra "perdere" il confronto con altri tipi di lavoro, da cui se non altro ci si può difendere una volta che è terminato l'orario salariato. Oltre i muri dell'ufficio e le missioni sul territorio, i casi sembrano visitare la quotidianità dell'assistente sociale anche in casa propria.

I gesti chiave

Preparare la maionese non è un gesto tipico da assistente sociale. Scoprire che è "impazzita", a causa dell'imprevista interruzione di una telefonata che ha che fare con il proprio lavoro, diventa invece una chiara metafora di un mestiere in cui appare molto difficile scindere tra la dimensione professionale e quella personale. Buttare le uova diventa così un gesto chiave in riferimento alla tipizzazione dell'assistente sociale, su più livelli: rende l'impossibilità di avere una propria autonomia progettuale, poiché la maionese non verrà terminata; esplicita le interferenze attivate da un lavoro di questo tipo sulla quotidianità personale di chi lo fa; esprime la consapevolezza del fallimento (il borbottio sulle quattro uova buttate), con conseguenze negative sull'autostima e sulla percezione delle proprie capacità; fa emergere la solitudine dell'operatore, che se agisce su più fronti (maionese/telefono) senza il supporto di uno staff adeguato (marito immobile) rischia di dover sacrificare qualcosa.

Il fallimento della maionese si ripercuote immediatamente sull'agire dell'assistente sociale, che passa da una dimensione dinamica a una più statica. Altri gesti, immediatamente successivi, appaiono quindi emblematici: il modo in cui Verdiana batte nervosamente il braccio sul tavolo, il suo manipolare distrattamente i panni già stirati e piegati. Bloccata dalle preoccupazioni del lavoro, l'assistente sociale si muove ma non se ne rende conto e, soprattutto, le sue azioni non hanno alcun effetto sul contesto, non modificano nulla. Semplicemente, esprimono in modo autoreferenziale inquietudine e frustrazione.

Chi ne parla e come

Lo spettatore, giunto ormai a metà film, sa bene che Verdiana è l'assistente sociale che segue Betty, ma per la prima volta la vede nel suo ambito domestico, in teoria scissa dal suo lavoro quotidiano. La telefonata è immediatamente riconducibile alla fuga di Betty dall'istituto, in cui era peraltro ambientata la lunga sequenza precedente, che già prospettava tale evenienza.

Dopo la telefonata i riferimenti diretti al lavoro dell'assistente sociale emergono dal dialogo tra Verdiana e il marito. Quest'ultimo, in particolare, parla dell'operato della moglie in due accezioni differenti. In riferimento al caso specifico, cerca di convincere la consorte che lei non ha colpe, ponendo l'accento sul lato personale e non su quello professionale. Una sorta di difesa a priori, istintiva per chi si conosce bene, che paradossalmente discorda con l'atteggiamento della diretta interessata, che si sente più colpevole di quanto non pensi il marito. La bassa autostima come caratteristica ricorrente della percezione di sé dell'assistente sociale?

In un secondo tempo però, l'uomo sintetizza in una frase la sua percezione degli assistenti sociali intesi come categoria, a prescindere dalla specificità della moglie: "Noi abbiamo certi festivi che voi ve li sognate", in cui il "noi" identifica non solo chi lavora in fabbrica, ma più in generale tutte le categorie che hanno un lavoro forse più alienante e meccanico ma meno invasivo a livello psicologico, e può essere circoscritto alle fatiche dell'orario settimanale, senza che invada anche la sfera privata.

Lo sguardo su Verdiana da parte del marito appare dunque duplice: se la considera come persona singola tende immediatamente a consolarla e giustificarla; se viceversa la vede come assistente sociale, tende a compatirla e a commiserarla, apprezzando molto il fatto di non svolgere un lavoro del genere, ma di essere tranquillamente occupato in fabbrica.

Da che parte sta

Ruolo chiave nell'intero film, co-protagonista insieme a Betty, Verdiana è in questa sequenza il punto di riferimento della regia e, di conseguenza, dello spettatore. Il montaggio si struttura sui suoi movimenti e ogni inquadratura la vede comunque in campo. Anche a livello emotivo il rapporto con lo spettatore è giocato sul senso di comprensione e di condivisione delle sue ansie e inquietudini. Il fatto di trovarsi per la prima volta in casa sua, di vederla in modo meno ufficiale e per certi versi più intimo, in vestaglia e sottoveste, accresce il senso di complicità verso un personaggio che sempre meno viene identificato in un ruolo asettico e di cui si colgono ulteriormente gli aspetti umani.

In questa direzione, è interessante sottolineare le strategie registiche in riferimento alla figura fisica di Verdiana. Per tutta la sequenza, la macchina da presa tende a inserire la sua figura nel contesto domestico, con inquadrature in figura intera o in campo medio, che relazionano sempre il personaggio con ciò che la circonda, si tratti dei muri o del marito. Solo nel finale della sequenza la cinepresa opta per inquadrature più strette e ci porta vedere meglio il suo volto. Significativamente ciò accade quando Verdiana chiede al marito di andare a mangiare fuori, perché le è passata la voglia di cucinare, e accetta di tornare a casa da sola, visto che l'uomo andrà allo stadio con gli amici. La massima vicinanza tra il volto della donna e lo sguardo dello spettatore avviene dunque in occasione della messa in scena della sua stanchezza, nella sua richiesta di collaborazione, nella sua accettazione della solitudine. A noi spettatori il compito di comprendere l'umanità del personaggio, assistente sociale perseguitata dal suo lavoro.

Ipotesi di lettura

Caso raro nella fiction cinematografica, l'Assistente sociale ha in questo film un ruolo di grande rilevanza, co-protagonista insieme a Betty, cui però si riferisce il titolo.

In questa sequenza Verdiana fa la casalinga, ma non è difficile trovare molte corrispondenze tra i gesti domenicali e le caratteristiche del suo lavoro feriale, anche in relazione alle difficoltà incontrate nel rapporto con Betty, oggetto del film: la maionese impazzita dopo una telefonata legata al lavoro, i conseguenti "nervi" della donna, che rifiuta il caffè offerto dal marito.

Preparare la maionese non è un gesto tipico da Assistente sociale. Scoprire che è "impazzita", a causa dell'imprevista interruzione di una telefonata che ha che fare con il proprio lavoro, diventa invece una chiara metafora di un mestiere in cui appare molto difficile scindere tra la dimensione professionale e quella personale. Buttare le uova diventa così un gesto chiave in riferimento alla tipizzazione dell'Assistente sociale, su più livelli: rende l'impossibilità di avere una propria autonomia progettuale, poiché la maionese non verrà terminata; esplicita le interferenze attivate da un lavoro di questo tipo sulla quotidianità personale di chi lo fa; esprime la consapevolezza del fallimento (il borbottio sulle quattro uova buttate), con conseguenze negative sull'autostima e sulla percezione delle proprie capacità; fa emergere la solitudine dell'operatore, che se agisce su più fronti (maionese/telefono), ma senza il supporto di uno staff adeguato (marito immobile) rischia di dover sacrificare qualcosa.

In una battuta, si potrebbe affermare che Verdiana "appare stanca". Non sembra trattarsi tanto di stanchezza fisica - è domenica mattina - quanto di frustrazione psicologica, strettamente legata alla propria professione. Il senso di spaesamento, il conflitto interiore, la frustrazione per non essere riuscita a rispondere alle esigenze della sua assistita, sono elementi che rendono il senso di impotenza dell'Assistente sociale anche tra le mura di casa, che non sembrano sufficienti ad isolarla dalle inquietudini legate al suo lavoro. Come accade anche in altri film, l'Assistente sociale sembra "perdere" il confronto con altri tipi di lavoro, da cui se non altro ci si può difendere una volta che è terminato l'orario salariato. Oltre i muri dell'ufficio e le missioni sul territorio, i casi sembrano visitare la quotidianità dell'Assistente sociale anche in casa propria.

A questa sensazione concorre anche il suo aspetto fisico: è in vestaglia e sottoveste e non sembra avere particolare cura per sé. La depressione che si legge sul volto di Verdiana è legata al protrarsi delle difficoltà che incontra nei tentativi di trovare alla sua assistita una sistemazione ottimale. Nella sfera privata il personaggio sembra più fragile e frustrata che in ufficio, ove è tendenzialmente più distante: pur impegnandosi costantemente per Betty, tende a trattarla in modo più freddo, spesso rimproverandola o intimandole vari ultimatum.

In questo senso, colpisce ritrovare l'Assistente sociale così affranta nella dimensione domestica e festiva, quando in teoria dovrebbe dimenticare le preoccupazioni professionali e pensare alla propria vita privata. Se nella prima parte del film il personaggio poteva apparire un po' burocrate e distante, nonostante lo stile volenteroso e una notevole carica personale, in questa sequenza emerge un senso di amarezza e di coinvolgimento personale di ben altro spessore, che cambia lo status del personaggio, rendendolo più profondo agli occhi dello spettatore: un vero Assistente sociale si riconosce dalla sua sofferenza?

La riflessione sul proprio lavoro è anche al centro del confronto con il marito operaio. In riferimento al caso specifico, l'uomo cerca di convincere la consorte che lei non ha colpe, ponendo l'accento sul lato personale e non su quello professionale. Una sorta di difesa a priori, istintiva, per chi si conosce bene, che paradossalmente discorda con l'atteggiamento della diretta interessata, che si sente più colpevole di quanto non pensi il marito. La bassa autostima come caratteristica ricorrente della percezione di sé dell'Assistente sociale?

Lo sguardo su Verdiana da parte del marito appare duplice e rende bene l'atteggiamento ricorrente in molti film a proposito degli Assistenti sociali: considerati come persone singole vengono visti in modo più umano, con la tendenza a consolarli e giustificarli; se viceversa li si vede in senso puramente professionale scatta una dinamica di distanziamento, che può variare da sentimenti di commiserazione per le difficoltà di quel lavoro a percezioni di estraneità in riferimento a logiche operative che non si comprendono appieno.

Nella sequenza in esame, emerge quindi la differenza tra atteggiamenti opposti, riconducibili non solo al modo di vivere il lavoro - più meccanico e controllabile per il marito, più invasivo e incontrollabile per Verdiana - ma anche alla differenza di genere: le costrizioni e le frustrazioni sembrano concernere il ruolo femminile che denota più dipendenza dagli altri; al contrario, il personaggio maschile sembra caratterizzato dall'indifferenza verso gli altri e dalla maggiore consapevolezza dei propri "diritti" festivi.

Su questo livello, le storie di Verdiana e Betty propongono inaspettate corrispondenze e avvicinano l'Assistente sociale alla sua assistita, poiché anche la giovane protagonista si muove in un contesto gerarchizzato dalle figure maschili che inizialmente idealizzava e da cui invece subisce continue umiliazioni. Sarebbe interessante verificare in che misura la percezione dell'Assistente sociale come ruolo tendenzialmente femminile comporti automaticamente l'attribuzione di un sistema di gerarchie e di tipizzazioni culturali e antropologiche legate alla visione maschile del mondo.

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